IL TEATRO IN CARCERE
Dal cortile del carcere si vedono le montagne. Imponenti,
selvagge, a pochi metri: il rettangolo di cielo che si incontra alzando
lo sguardo dalle sbarre si contende lo spazio con una natura che diventa
ancora più prepotente quando si manifesta senza poter essere toccata.
Così basta qualche sedia a trasformare tutto in un palcoscenico, in una
scenografia che non ha bisogno di altro. Anche la porta che vede entrare gli attori ha le sbarre: si fanno forti,
ma si vede che entrando in scena sono emozionati. Nei tanti mesi di
prove, però, hanno imparato anche questo dell’arte del teatro: guardare
al pubblico andando oltre al loro sguardo, recitare come se niente altro
contasse
C’è un’ondata di emozioni che non può essere fermata. Gli attori lo sentono, e la cavalcano, il loro essere incarcerati diventa solo un significato in più. non è compassione, è stupore, è incontro. Il risultato è esaltante. Per gli attori che per un giorno sono sommersi dagli applausi.
Per il carcere stesso, che è riuscito a raccontarsi nonostante tutto.
Soprattutto per gli spettatori, che si scambiano emozioni mentre la
polizia penitenziaria invita gentilmente ad abbandonare la struttura.
Perché la divisione inizia di nuovo, con i pensieri di chi sta tornando
in cella che non saranno ascoltati all’esterno. Ma, per una volta, il
contatto c’è stato. E non può che essere fertile.
